Visualizzazione post con etichetta Scienza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Scienza. Mostra tutti i post

lunedì 2 gennaio 2017

Le dieci predizioni di Marshall Mc Luhan

Seguendo le lezioni di Derrick de Kerckhove per un corso di “psicotecnologie e processi formativi” sono rimasto colpito e affascinato dalla figura di Marshall Mc Luhan, sociologo canadese scomparso nel 1980 e oggi noto soprattutto per l’affermazione “il medium è il messaggio”, per l’aver proposto per primo il termine “villaggio globale”, e per aver distinto i media tra “caldi” e “freddi”.
Meglio sarebbe definirlo “sociologo incompreso”, come, in effetti, è ricordato in un articolo de Il Giornale nel centenario dalla sua nascita

De Kerckhove nelle sue lezioni parte da un’affermazione di Mc Luhan, che riporto in lingua originale,  che ha qualcosa di stupefacente:

The next medium, whatever it is, it may be the extension of consciousness, will include television as its content, not as its environment, and will transform television into an art form.
A computer as a research and communication instrument could enhance retrieval, obsolesce mass library organization, retrieve the individual’s encyclopedic function and flip into a private line to speedily tailored data of a saleable kind.
 Understanding Media 1962

La cosa sorprendente di quest’affermazione del 1962 sta nel fatto che Mc Luhan morì nel 1980 senza aver visto nascere internet!
Si tratta di una previsione di come avrebbe potuto cambiare la comunicazione attraverso le nuove tecnologie che, appunto, erano ancora da realizzare ai suoi tempi.  
De Kerckhove scompone questa dichiarazione in quelle che definisce le 10 predizioni di Marshall Mc Luhan, vediamole tradotte in italiano:

1- Il prossimo medium, qualunque esso sia, potrà  essere un’estensione della coscienza per mezzo dell’elettronica.

2- Questo medium includerà  la tv come suo contenuto e non come ambiente.
Infatti oggi la tv è sul computer tramite internet.

3- Trasformerà  la tv in un’arte.
Secondo quest’affermazione Mcluhan riteneva che quando sorge una nuova tecnologia in uno stesso campo questa trasforma quella precedente in una forma d’arte,  così come quando nacque il cinema il contenuto era il teatro la stessa cosa accade oggi con Youtube che trasforma la tv in una forma d’arte che ognuno può creare e caricare nel web.

4- Il prossimo medium sarà  uno strumento di ricerca e di comunicazione.
Esattamente quello che è oggi internet.

5- Questo medium ci faciliterà  nel  recupero delle informazioni.
Attraverso internet e i motori di ricerca possiamo accedere alla memoria del mondo.  

6- Tale nuovo medium renderà  obsoleta l’organizzazione della biblioteca di massa.
Non avendo visto nascere internet questa risulta essere la predizione più stupefacente.

7- Recupererà  la funzione enciclopedica degli individui.
Quello che fa oggi Wikipedia, l’enciclopedia open source gestita da editori volontari.

8- Sarà  una linea privata
Accesso a internet e a tutti i servizi di rete con informazioni rapide e personalizzate.

9- Velocità  dei dati, le informazioni saranno disponibili molto rapidamente e personalizzate.

10- Sarà  qualcosa di vendibile.
Come sta avvenendo con l’economia digitale.

Per chi desidera approfondire segnalo un paio di interventi di Mc Luhan in tv, la sua apparizione nel celebre film “io e Annie” di Woody Allen e altri link interessanti.














domenica 6 novembre 2016

Video presentazione della ricerca "Biodanza e Salute" al Congresso SIPSA 2013

E' disponibile in rete il video di presentazione al Congresso 2013 della Società Italiana di Psicologia della Salute relativo allo studio sugli effetti della Biodanza sulla salute:

Efficacia sulla salute di un corso annuale di Biodanza: uno studio empirico (Effectiveness on the health of an annual course of Biodanza: empirical study with 235 people)

A questo link è disponibile la presentazione della ricerca e i riferimenti della pubblicazione sulla rivista "Psicologia della Salute" 







giovedì 3 novembre 2016

Documentario in italiano su base scientifica sulla geoingegneria illegale e le scie chimiche

Un documentario in Italiano su base scientifica, grazie all'intervento di numerosi studiosi, scienziati e professionisti del settore, sul tema della GEOINGEGNERIA ILLEGALE, attività che riporta alla questione delle cosiddette SCIE CHIMICHE.
Da vedere per arricchire la conoscenza ed integrare ulteriori punti di vista su questo tema.

"Scie chimiche: la guerra segreta" sarà una summa volta ad analizzare le caratteristiche salienti della questione attraverso un approccio scientifico e rigoroso. Ci si prefigge così l'obiettivo di colmare una lacuna nella divulgazione del nostro paese: infatti, mentre negli Stati Uniti sono stati prodotti alcuni dossiers circa la geoingegneria illegale, anche se imperniati quasi esclusvamente sulle manipolazioni meteorologiche, che sono un aspetto collaterale del fenomeno, in Italia manca ancora un documentario ad hoc. Importantissima sarà la diffusione capillare del reportage con il fine di trasmettere il più possibile informazioni esaurienti ed inattaccabili.


giovedì 14 luglio 2016

Trascendenza e spiritualità: convergenze tra scienza, Carl Gustav Jung e Rolando Toro

Molto interessanti appaiono i risultati di uno studio italiano che è riuscito a individuare le aree del cervello il cui funzionamento potrebbe spiegare la tendenza alla spiritualità e l’attitudine dell’uomo a superare i confini spazio-temporali del corpo.
Fanno parte del gruppo di ricercatori Salvatore Maria Aglioti, del quale ho avuto il piacere di seguire le lezioni del corso di “neuropsicologia del linguaggio”, insieme a Cosimo Urgesi e Franco Fabbro, in collaborazione con Miran Skrap .

Gli scienziati si sono preoccupati di individuare il legame diretto fra attività cerebrale e spiritualità, concentrandosi su un tratto, noto come auto-trascendenza (ST), che si ritiene possa essere preso come misura del sentimento del pensiero e dei comportamenti spirituali nell’uomo.
L’auto-trascendenza riflette una riduzione del senso di sé a favore della capacità di identificarsi come parte integrante dell’universo come un tutto.

A questi due link un’esauriente descrizione dei risultati della ricerca
Da questa ricerca emerge come le riflessioni di Carl Gustav Jung fossero già in sintonia con i risultati della stessa. Jung parlava infatti di “funzione religiosa” e la riteneva una facoltà naturale nell'uomo con la stessa forza dell’istinto sessuale o dell’aggressività, spiegando anche il motivo per cui certi individui si liberano della propria nevrosi semplicemente riprendendo le pratiche della propria religione, questa sarebbe inoltre la ragione per cui la salute mentale delle persone anziane è migliore tra coloro che hanno una fede religiosa.

Per Jung la religione è un archetipo presente nell'inconscio collettivo, un archetipo dai confini incerti infatti fra le persone che egli definisce religiose alcune sono credenti, altre hanno una mentalità religiosa senza saperlo e in ultimo ci sono coloro che a livello conscio sono contrari alla religione ma che, in certe circostanze, sono soggetti a un’esperienza archetipica religiosa.
Rolando Toro, creatore del Sistema Biodanza, considerava la trascendenza come uno dei cinque potenziali umani innati che si sviluppano in relazione all'ambiente.

Per Toro la trascendenza ha un’origine biologica e un’infrastruttura istintiva in quanto la ricerca di armonizzazione con la natura nella sua totalità è una funzione organica che culmina con l’esperienza suprema di identificazione con l’universo.
Sempre secondo Toro l’impulso mistico è viscerale, e tale esperienza provoca delle profonde modificazioni organiche ed esistenziali. (R.Toro  – 2000)

Riccardo Cazzulo

lunedì 25 gennaio 2016

Felicità, affettività e tossicodipendenza

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta - e non è ciò che credete


Sono ormai passati cent'anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta - e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch'io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c'è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c'è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato - e che di storia ne esiste un'altra, molto diversa, che aspetta ancora d'esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l'ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l'aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand'era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell'Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.
Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza - cos'è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall'eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.

Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l'origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: "Beh, la droga, no?". Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa 'dipendenza'.
La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi - entrati nella psiche collettiva americana negli anni '80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L'esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d'acqua. Una contiene solo acqua. L'altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l'esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall'acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.
La pubblicità lo spiegava così: "C'è solo una droga in grado d'indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso".

Tuttavia negli anni '70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexandernotò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un 'parco topi'. Una gabbia di lusso all'interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?
Nel 'parco topi' tutti ovviamente finivano per assaggiare l'acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.
Ai topi che facevano una bella vita l'acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.
All'inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che - nello stesso periodo dell'esperimento del 'parco topi' - c'era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l'uso di eroina era "comune quanto quello della gomma da masticare", e che ce n'erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall'eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.
La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza - stando alla medesima ricerca - in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.
Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione 'immorale' generata dagli eccessi dell'edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all'interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d'adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.

Dopo la prima fase del 'parco topi' il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni - una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall'isolamento, collocandoli all'interno del 'parco topi'. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s'impossessavano di te. Ciò che accadde risultò - ancora una volta - stupefacente. I topi mostravano qualche problema d'astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).
Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso - a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l'esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v'investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell'eroina. Nell'ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l'eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L'eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida - sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno - la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l'ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.
Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d'ospedale.
Se siete ancora convinti - come anch'io un tempo - che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po' come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un'unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d'ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l'ambiente però è diverso.

Questo ci fornisce un'intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa - il suono di una roulette che gira, o l'ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di 'dipendenza', e chiamarla piuttosto 'legame'. Un eroinomane si lega all'eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient'altro.
Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.
Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l'hanno spiegato - puoi diventare dipendente dal gioco d'azzardo, e nessuno penserà mai che t'inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d'azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.
Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L'ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.
Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni '90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo - i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.
Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all'interno di un mosaico più vasto.
Le implicazioni per l'ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest'enorme crociata - che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool - si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s'impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza - se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri - tutto questo non ha alcun senso.

Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona - 'Tent City' - dove per punirli per l'uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all'interno di minuscole celle d'isolamento in pietra (le chiamano 'il Buco'). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti - garantendone per sempre l'isolamento. L'ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.
Esiste un'alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo - lasciandosi la dipendenza alle spalle.
Non è teoria. Succede davvero. L'ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l'1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione - coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un'abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all'interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.
Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D'un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell'altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l'uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All'epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l'esempio del Portogallo.
Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: "Mettetevi in contatto". Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo - volgendo costantemente lo sguardo all'ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.
Lo scrittore George Monbiot l'ha chiamata "l'epoca della solitudine". Abbiamo creato società umane all'interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d'ora. Bruce Alexander - l'ideatore del 'parco topi' - mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell'individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale - un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell'isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.
Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c'impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.

Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention - intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione - e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita - facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.
Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d'astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d'amore.

Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall'inglese all'italiano da Stefano Pitrelli.

link all'articolo
http://www.huffingtonpost.it/johann-hari/la-piu-probabile-causa-dipendenza_b_6537964.html

sabato 9 gennaio 2016

Convegno a Genova 17 Gennaio 2016


SECONDA EDIZIONE

Il 19 luglio 2011, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato che “La ricerca della felicità è un diritto delle persone”, esortando gli Stati a ricercare misure volte a integrare questo diritto nelle loro politiche pubbliche.
Il convegno si rivolge alla cittadinanza con lo scopo di favorire una maggiore consapevolezza e conoscenza intorno a una serie d’idee riguardanti il benessere individuale e di comunità con particolare attenzione al tema della FELICITA’ che in questa seconda edizione del convegno sarà esplorata dal punto di vista delle

EMOZIONI E SALUTE

Saranno inoltre offerti alla cittadinanza due workshops di Biodanza al fine di sperimentare momenti collegati al benessere, alla ricerca di felicità e l'espressione di emozioni salutari.

La Biodanza Sistema Rolando Toro è un'attività di gruppo che favorisce il benessere biopsicosociale dei partecipanti attraverso la riduzione dello stress e lo sviluppo dei potenziali umani.
Ricerche scientifiche come quelle dell'Università di Lipsia e della Scuola di Specializzazione di Psicologia della Salute dell'Università La Sapienza di Roma, hanno evidenziato come questo sistema riduca i livelli di stress, favorisca il benessere psicologico, riduca l'alessitimia e aumenti l'autoefficacia percepita.
(Rivista Psicologia della Salute 1/2015 - Stuck, M., & Villegas, A., (2008). La salute attraverso la danza? Ricerche empiriche sulla Biodanza. Milow: Schibri-Verlag)

L’evento non è a scopo di lucro e sarà richiesto ai partecipanti un modesto contributo di partecipazione pari a 15€ al fine di fare fronte alle spese vive necessarie per l'organizzazione dell'evento quali la locazione di un'importante sede che ospiterà l'evento e altre per rimborsi ai collaboratori e promozionali.

Il convegno si svolgerà in data 17 gennaio 2016 presso l'attico del GRAND HOTEL SAVOIA ubicato di fronte alla stazione Fs di Genova Principe dalle ore 9.30 alle 18.00.






giovedì 3 settembre 2015

Articolo sulla Biodanza su Rivista della Società Italiana di PsicoNeuroEndocrInoImmonulogia

Biodanza Sistema Rolando Toro - Aspetti terapeutici e impieghi clinici
Paolo Campi – Medical Doctor, Allergist and Immunologist, Student in Psycotherapy Training, Biodanza Facilitator

All'interno della rivista PNEI Review l'articolo in oggetto al capitolo 9



A questo link è scaricabile l'articolo completo in PDF >>

giovedì 13 agosto 2015

Decadenza della politica e predominio dell’economia secondo la psicologia di comunità. 2002

E' tempo d'estate, le città sono coperte da tempo da una cappa asfissiante, la pigrizia la fa da padrona e, a completare il quadro, la riabilitazione dopo un brutto incidente al ginocchio è lunga e tormentata.

Tutti buoni motivi per giustificarmi della scarsa vena creativa che ha lasciato il blog privo di articoli da troppo tempo. E allora come da antica consuetudine giornalistica durante i periodi estivi, vado a ripescare un articolo datato dal vecchio blog, tanto mi ero ripromesso  da tempo di spostarne alcuni su questa più recente piattaforma…


Decadenza della politica e predominio dell’economia secondo la psicologia di
comunità. 2002

16 marzo 2013




Proprio in questi giorni, che seguono il rinnovamento della classe politica post-elezioni e la nascita del nuovo parlamento, il dibattito pubblico e popolare continua ad essere fondato su temi che mettono al centro le più o meno presunte differenze e contrapposizioni tra le aree del centrodestra e del centrosinistra. Persiste inoltre  lo stupore e la diffidenza verso una nuova forza politica fatta da cittadini e guidata da un portavoce sui generis dal forte impatto sociale.

Sto rileggendo un capitolo del testo “Fondamenti di psicologia di comunità” (Francescato, Tomai, Ghirelli – Carocci editore – 2011) e mi stupisce come un testo di natura psicologica e non economico-politco-finanziario esponga con tanta chiarezza ciò che sta avvenendo da anni e che in molti ancora non hanno ben chiaro. Per di più la prima stampa del testo è del 2002 e riporta citazioni degli anni ’90.

Disciplina che esamina i problemi non solo nella loro dimensione personale e soggettiva, come è tradizione della psicologia, ma anche nella loro dimensione oggettiva e sociale, nella quale si collocano vincoli e risorse che permettono o ostacolano l’empowerment di persone, gruppi, organizzazioni e comunità locali.

Personalmente ringrazio la prof.ssa Donata Francescato per la chiarezza delle sue lezioni sul tema dell’empowerment di comunità che ho avuto la fortuna e l’onore di seguire.



Ecco uno stralcio dal testo citato:

[…] i grandi mutamenti in atto nel mondo finanziario dovuti ai processi di globalizzazione renderebbero  ancora più importante  riconoscere un ruolo maggiore della politica nel governo dell’economia. Come nota l’economista Paolo Savona (1997), oggi  sono i mercati a stabilire la politica economica dei governi, e i grandi gruppi finanziari hanno un potere eccessivo. In assenza di regole internazionali, infatti, la creazione monetaria per usi internazionali o moneta offshore continua a procedere sostanzialmente fuori controllo. La grande finanza ha  l’assoluto controllo dei tassi di interesse, cosa che le consente di fissare liberamente il costo del denaro e stabilire i cambi ai livelli che preferisce. Sarebbe compito della classe politica stabilire le nuove regole del gioco monetario ed economico ma,  come nota l’economista neozelandese Tim Hazeldine (1998), dopo il crollo del comunismo nel 1989 in quasi tutti i paesi la classe politica ha perso influenza e prestigio e non ha più l’autorevolezza per farlo.
Questa decadenza della politica è pericolosa per la crescita democratica di una società:

Se si “spoliticizza” la gente attraverso messaggi fittizi ed elusivi della complessità dei problemi, accarezzandone  la pigrizia e la passività, che come tentazione albergano in tutti noi, non si elimina la politica, ma si fa un’operazione di esproprio a favore dei circoli ristretti di potere dove si fa la politica reale. [...] la democrazia, come il regime di diffusione massima delle capacità politiche, richiede tutto il contrario: non che i problemi fittiziamente siano portati al livello di chi non ne capisce nulla ma, al contrario, che tutti si impegnino, per quanto loro possibile, a portarsi al livello delle difficoltà dei problemi. L’estensione e la qualità della democrazia dipendono da questo (Zagrebelsky, 1995).

Francescato e Putton (1995) a questo proposito sostengono che nell’età postmoderna contemporanea l’antagonismo tra ideologia capitalista e comunista ha contribuito a enfatizzare e a far prevalere alcune divisioni manichee nelle sfere del  pubblico e del privato. Crescita individuale e benessere sociale, vengono così rappresentati come concetti opposti, negando una realtà complessa e multidimensionale che richiederebbe un  equilibrio tra soddisfacimento dei bisogni individuali e raggiungimento degli obbiettivi generali. Il xx secolo ha visto contrapporsi, nelle sue diverse forme economiche e politiche, gli estremismi del liberismo anarcoide, che privilegia i diritti del singolo a scapito dei doveri verso la comunità, e del totalitarismo, che, come è avvenuto sotto i regimi fascisti e comunisti, sacrifica le istanze individuali.

Oggi siamo alla ricerca di un nuovo modello che rispetti l’equilibrio tra bisogni dell’individuo e scopi della società, che valorizzi la diversità di ciascuno e la protegga dalla tirannia dei molti e al tempo stesso incoraggi ogni singola persona a cooperare con gli altri per fini comuni (Francescato, Putton, 1995, p.21).

Riteniamo che se i futuri adulti continueranno a sottovalutare il legame con la dimensione sociopolitica del contesto ambientale perderanno la possibilità di esprimere e sperimentare un’importante dimensione di potere e di sviluppo: la dimensione sociale dell’empowerment.

mercoledì 20 maggio 2015

Convegno - La Biodanza come complemento alle professioni di aiuto


Sabato 30 maggio 2015 - Firenze, Azienda Sanitaria Firenze, Via di Torregalli 3, 50143 - Aula Muntoni.
Moderatore: Paolo Campi

Ore 09.00: Registrazione partecipanti

Ore 09.30: Saluti da parte di:
• Direttore Sanitario di Presidio: Simone Naldini
• Presidente SIPNEI Toscana: Franco Cracolici
• Presidente BiodanzaItalia: Angelo Palfrader

Ore 09.45: Angelo Palfrader e Silvia Latini: “Corso per Infermieri Coordinatori, Ospedale San Giovanni di Dio a Firenze: “Comunicazione e relazione efficace per agire la funzione di leader”. Perché il Corso non ha avuto seguito nonostante gli ottimi risultati?”

Ore 10.15: Mario Rebecchi, Marina Rossi e Annalisa Risoli: “Esperienze di Biodanza in Strutture Socio-Sanitarie”

Ore 10.45: Valkiria Bolinelli e Martina Eccher: “Biodanza per over 80: animazione o rinforzo della PNEI?”

Ore 11.15: Discussione

Ore 11.25: Pausa caffè

Ore 11.55: Francesco Bottaccioli: “Percezione del proprio corpo, della propria età e salute alla luce della Psiconeuroendocrinoimmunologia”.

Ore 12.35: Licia Contaldi: "Miglioramenti dei partecipanti al gruppo principianti settimanale di Biodanza nell'area psicologica, relazionale ed emotiva e miglioramenti riscontrati nei sogni e nei disturbi del sonno".

Ore 12.55: Discussione

Ore 13.05: Pausa pranzo

Moderatore: Nino Calabrese

Ore 14.30: Patrizia Barassi e Donatella Consoli: “Dalla comunicazione etica alla comunicazione empatica – Esperienza di un progetto formativo per l’Azienda Ospedaliera Cannizzaro di Catania”

Ore 15.00: Sandra Salmaso: “Scopri il mio Talento” – Progetto d’inclusione sociale del disabile nella Scuola e potenziamento delle autonomie. Sviluppo delle potenzialità espressive ed affettive dell’adolescente con il metodo Biodanza”.

Ore 15.20: Laura Basso e Cristina Santinon: "Biodanza: una possibilità di nutrimento per persone con disabilità"

Ore 15.50: Maria Gabriella Donnini e Silvana Repetti: “In punta di piedi tra le coterapie…”
Ore 16.20: Discussione

Ore 16.30: Pausa

Ore 17.00: Vivencia condotta dai Consiglieri di BiodanzaItalia

Evento Accreditato Sicool (www.sicool.it): con la partecipazione saranno assegnati 7 crediti.
Comitato Scientifico e Organizzatore:
BiodanzaItalia:
• Angelo Palfrader
• Maria Di Stefano
• Viviana Zavaglia
• Katia Mazzola
• Nino Calabrese
SIPNEI:
Paolo Campi
Per informazioni e iscrizioni fare bonifico e spedire scheda di iscrizione (entro il 20 maggio):
• segreteria@biodanza.it
• paopaocampi@gmail.com
• 3495079309

GestoAiuto